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Giovedi, 23 Marzo
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Leggo volentieri questa rivista, per le notizie e gli articoli trattati, utili e vicini a chi sa cosa vuol dire ammalarsi di tumore. Io, a distanza di oltre un anno, riesco appena a parlare della scomparsa di mio padre, avvenuta precocemente e dopo lunga sofferenza.
Mi sembra di rendermi conto che era proprio lui, tra noi in famiglia, quello più capace ad affrontare gli alti e bassi della malattia, anche quando ormai le cure non lo avrebbero guarito. Mi chiedo se è davvero possibile, come nel caso di mio padre, arrivare agli ultimi giorni con consapevolezza e lucidità, senza perdersi d'animo e senza lasciarsi andare alla disperazione. Mi convinco sempre più che il modo in cui mio padre ha affrontato la sua fine, sia stato il suo ultimo regalo. Ha cercato di proteggerci – per quanto possibile – risparmiandoci ulteriori dolori e patimenti.


I. Q.
Risponde la dott.ssa Marianna Burlando
Risponde la dott.ssa Marianna Burlando
Nella nostra società occidentale, la questione morte è forse l'ultimo tabù. Eppure è la sola certezza data, fa tutt'uno con la vita: se si viene a nascere, di sicuro prima o dopo si muore.

Quando le cose vanno bene – perché si è giovani, o si è in salute, o magari entrambe le condizioni – l'idea della morte è tenuta lontana, estranea. Quando invece s'incontrano malattia e dolore, occorre fare i conti con quest'evento, annetterlo nel proprio orizzonte di senso, almeno per non disperarsi, se consolarsi non riesce. Il pensiero della fine dell'esistenza è un pensiero faticoso, da tenere a margine della coscienza. Accadrà di morire, è certo, ma in un futuro che ci si augura il più lontano possibile.
E' arduo scendere a patti con l'idea della morte che appare spesso un non senso: perché si nasce, allora? che significato ha vivere se poi tutto finisce? Ecco solo un paio delle innumerevoli domande sulle quali, dalla notte dei tempi, l'umanità s'interroga.

Se, al già complesso rompicapo esistenziale, si aggiunge la devastazione della malattia che sovverte e compromette ogni progetto di vita, comprendere la condizione umana e quel che inesorabilmente via via accade, necessita di grandi sforzi e di grandi risorse. Non è raro, tuttavia, che molte persone arrivino ad accogliere l'epilogo della propria esistenza con pacatezza e coraggio.

Una graduale elaborazione emotiva della propria storia di malattia consente di passare dagli stadi iniziali bui e di negazione (il rifiuto della diagnosi, il dubbio, l'errore, i tanti consulti), alla successiva fase di rabbia e di collera per la realtà da fronteggiare, e poi ancora il possibile patteggiamento emotivo con la speranza di veder realizzati almeno alcuni traguardi importanti (ad esempio la nascita di un figlio, di un nipote, il compimento degli studi, finire la casa, ritornare dove si è nati, sposarsi, redigere testamento o altri eventi personalmente significativi), sino a pervenire alla disposizione d'animo di accogliere quanto purtroppo non si può cambiare.

Tale ultimo sentimento risulta di conforto e di sostegno anche per chi vive con l'ammalato e condivide con lui o con lei la progressione peggiorativa della patologia. Più spesso di quanto si pensi, sono maggiormente i familiari a soffrire e a vivere penosamente l'ultima fase di vita del proprio congiunto. Loro, e non l'ammalato, faticano a convincersi dell'ineluttabile e, negando limiti e realtà, si ostinano a non riconoscere quel che è evidente.

Così come agli inizi di malattia si tende a far silenzio sulla diagnosi e su quel che sta accadendo e accadrà, anche a riguardo della morte si preferisce tacere, si preferisce evitare quel confronto spesso povero di certezze ma sovraccarico di dubbi. Per non sapere di cosa e come parlare, si allontana il pensiero da quello che invece affolla e permea le menti di tutti i coinvolti: l'ammalato per primo, i parenti e gli amici poi, finanche il personale curante.

E' invece dimostrato - e i malati sono i primi a testimoniarlo - che parlare, sapere, confrontarsi unito a poter parlare, essere messi in grado di sapere e trovare disponibilità al confronto sono di grande, grandissimo aiuto in ogni fase di malattia, dagli esordi sino alle cure palliative.

I malati hanno bisogno della consapevolezza dei familiari, con questi conoscere e condividere la gravità della loro condizione ed insieme accettare la realtà. Si crea allora un mutuo consenso: da un lato, per l'ammalato, quello di potersi congedare e, dall'altra, quello di permettere al congiunto di accomiatarsi.

Ecco allora il possibile ed auspicabile incontro di lutto e cordoglio. Alle necessarie (perché contenitive) manifestazioni esteriori, pubbliche, sociali, religiose e rituali che connotano il lutto, si accompagnano le reazioni di cordoglio più intime ed emotivamente connesse al dolore per la patita mancanza di chi non esiste più.

Il bisogno, forte, di appartenenza e di attaccamento, che orienta la costruzione dei legami affettivi e sentimentali, subisce allora un duro colpo e la relazione significativa si frantuma per l'incursione della morte. Quel che si sente è un iniziale stordimento che può durare da poche ore a settimane, con attacchi di angoscia e di collera intense; segue poi una fase di struggimento, che può durare alcuni mesi, caratterizzata dalla ricerca dolorosa della persona scomparsa.

L'intero equilibrio personale, nelle sue componenti cognitive, relazionali, emotive, comportamentali e somatiche, è messo alla prova. Disfunzionalità transitorie, lievi e non, possono presentarsi, ma se il dolore per la perdita non trova sollievo nel ricordo che al presente riannoda il passato per proiettarlo nella continuità del dopo, allora l'elaborazione del lutto non s'avvia, o si blocca, o si distorce. Il dolore permane cocente, come appena occorso. Sono i casi di lutto evitato (tutto rimane come prima: i suoi abiti al loro posto, i suoi oggetti in casa, le abitudini invariate), di lutto cronico (pianto incontrollato solo a nominare il defunto, ansia e depressione persistenti, mancanza di progettualità personale), di lutto ritardato (nuovi eventi di perdita riattivano prepotentemente il passato con grandi sofferenze), di lutto inibito (autodistruzione, autolesionismo, trascuratezza e non cura di sé).

Sono noti i fattori di rischio che ostacolano la possibilità di superare psicologicamente un lutto importante, così come si conoscono le determinanti che aiutano il buon esito di tale processo.

Nei casi di lutto causato da una malattia come il cancro, l’elaborazione della perdita inizia ancor prima della morte. Il livello di elaborazione durante questo periodo influiranno sul processo del lutto vero e proprio dopo il decesso. L'accettazione della malattia e delle sue conseguenze, l'aver stabilito un'intesa comunicativa sincera, aperta ai propri e altrui sentimenti, essere presente nelle fasi cruciali, sono tutti indicatori favorevoli.

Se, come scrive Isabel Allende, non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo, per ricordare si deve elaborare, mantenere nel pensiero ritagli e scampoli di memoria, note e aneddoti, ricostruendoli non tanto come fedeli e fissi a se stessi ma vivificandoli per le continue trasformazioni, interpretative e d'esperienza quotidiana, giorno dopo giorno. Ciò fa sì che, chi per prima si è fermato, non sparisce completamente. Quel che viene conservato continua ad abitare il mondo, fosse solo come una foglia caduta e ormai a terra, una foglia consunta ma ancora capace di regalare emozioni.

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